Foto di Lorenzo Burlando

I 15 finalisti di #culturability4
L’intervista a l’Asilo

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Un ex convento del’500 riattivato e restituito alla comunità come bene pubblico dedicato alla cultura. Da cinque anni all’Ex asilo Filangieri di Napoli si sta sperimentando una pratica di gestione condivisa e partecipata grazie all’iniziativa volontaria di artisti, attivisti, cittadini e ricercatori.
MEZZI SENZA FINE, una delle nuove iniziative dell’Asilo presentata per il bando culturability, nasce per trasformare la monumentale sala del refettorio in uno spazio per la sperimentazione e la messa in scena delle arti performative. Un luogo dove continuare a favorire la collaborazione tra pubblico e cittadini, come ci raccontano in questa intervista gli “abitanti” dell’edificio.

 

Foto di Sabrina Cirillo

Foto di Sabrina Cirillo

L’Asilo è un bene pubblico aperto a quanti lavorano nel campo dell’arte, della cultura e dello spettacolo che, in maniera partecipata, attraverso un’assemblea pubblica, condividono i progetti e gli spazi. Il progetto MEZZI SENZA FINE rappresenta un ulteriore tassello nel percorso avviato in questi anni.
Sì, è una nuova iniziativa che consentirà di aprire una sala, quella del refettorio, dove creare, imparare, incontrare, produrre, scambiare competenze sulla base di nuove pratiche artistiche non competitive, uno spazio che sia di tutti, attrezzato ma accessibile alle fasce deboli all’interno del primo esempio di bene comune per le arti performative ad uso civico in Italia.  Dal 2012 gli artisti che lavorano all’Asilo condividono spazi, mezzi di produzione e competenze, con questo progetto vogliamo rispondere a nuove esigenze emerse in questi anni di prove, residenze e spettacoli. L’idea ha preso forma e si è articolata anche grazie agli stimoli offerti prima dalla call e in seguito dal percorso di formazione e di accompagnamento offerto da culturability.

Che cosa ha significato per voi la partecipazione al bando?
È stata un’occasione per riflettere su cinque anni di percorso, le esperienze acquisite, i risultati raggiunti, il sistema alternativo di economie a cui abbiamo dato vita, ma anche un’opportunità per pensare a come consolidare e dare sostenibilità a tutto questo guardando al futuro. La strada per l’intelligenza collettiva alle volte è un po’ lenta, ma dà frutti straordinari. La scrittura del nostro dossier per il bando ci ha aiutato a focalizzarci su aspetti importanti: dall’analisi del contesto, al sistema di offerta che andiamo a realizzare.

Foto di Luigi Spera

Foto di Luigi Spera

Sappiamo che una sola intervista non basterebbe a raccontarla… Ma proviamoci: qual è in breve la storia dell’Ex asilo Filangieri?
Da secoli è legata alla produzione artistica e all’assistenza dei più deboli. Nel 1572 la sua prima funzione è stata quella di fabbrica per l’esercizio delle arti e dei mestieri appartenente al Convento di San Gregorio Armeno, nel 1920 è stato trasformato in un convitto per giovani orfani. In seguito al terremoto dell’80, l’edificio è stato abbandonato finché nel 2009 è stato sottoposto a importanti lavori di restauro e designato come sede del Forum Universale delle Culture. Nel 2012 gli spazi sono stati occupati da una comunità di lavoratori e lavoratrici dell’arte, della cultura e dello spettacolo, come segno di protesta per la condizione critica in cui versava (e versa tutt’oggi) il settore in Italia. Da quel momento in poi è cominciato un processo di autogestione dello spazio e di rivendicazioni culturali e politiche che ha assunto due forme principali: la costruzione di un centro di produzione artistica e culturale interdipendente e il riconoscimento di questo centro come bene comune emergente a gestione diretta e orizzontale. Dal 2015 è riconosciuto come incubatore civico autogovernato da una comunità aperta, porosa e orizzontale di lavoratori.

Come sono utilizzati i tanti (e vasti) spazi dell’edificio?
Come centro di produzione artistica e culturale, la comunità ha sviluppato un processo di rifunzionalizzazione dell’immobile grazie all’autofinanziamento e all’autocostruzione, allestendo un teatro, un laboratorio di scenografia e una sartoria (2013), un orto urbano (2014), una camera oscura e una foresteria (2016), un laboratorio di ceramica ed una sala cinema (2017) e rivitalizzando l’offerta culturale sul territorio attraverso una intensa serie di eventi e attività di formazione.

Foto di Sabrina Merolla

Foto di Sabrina Merolla

Nel 2016 l’Asilo è stato riconosciuto come “bene comune emergente” da Comune di Napoli.
Sin dal primo giorno ci siamo impegnati in una lotta in difesa dei beni comuni e ispirandoci agli usi civici abbiamo elaborato la Dichiarazione di uso civico e collettivo urbano, come strumento di autogoverno di questi beni da parte di una comunità di riferimento. In meno di tre anni abbiamo raggiunto questo risultato, anche attraverso la scrittura pubblica e partecipata di una serie di delibere che sono diventate un nuovo istituto giuridico oggi applicato ad altri sette spazi cittadini (parliamo di un patrimonio di circa 40.000 mq²). Recentemente questo processo ha portato al riconoscimento di Napoli come Good Practice City dal Programma Europeo Urbact e all’avvio di percorsi simili in altre città. Per esempio, lo scorso aprile a Palermo è stata approvata una delibera che avvia il riconoscimento dell’uso civico del teatro Montevergini.

Foto di Sabrina Merolla

Foto di Sabrina Merolla

Ogni vostra attività è discussa in assemblea. Nessuna decisione è presa prima di essere condivisa dagli “abitanti” dell’Asilo. Chi sono le persone coinvolte nel progetto MEZZI SENZA FINE?
Come in ogni progetto che portiamo avanti, anche dietro questa iniziativa c’è tutta la comunità. Lavoriamo insieme e oggi siamo circa 50 tra artisti e attivisti impegnati quotidianamente nella cura del bene e nel processo di autogoverno e di produzione culturale. Un altro centinaio è costantemente coinvolto nelle varie iniziative realizzate. Accanto a noi ci sono anche tutti quegli artisti, operatori culturali e sociali che abbiamo incrociato nei vari progetti e che contribuiscono a questa grande esperienza umana, artistica, culturale, sociale e politica. Insomma, siamo tanti, il gruppo è eterogeneo e ognuno mette a disposizione del progetto tempo e competenze.

Quale idea di cultura condividete?
A questa domanda rispondiamo all’istante: crediamo nella cultura come bene comune, necessaria per l’esercizio dei diritti fondamentali e il pieno sviluppo della personalità. In questo senso due concetti assumono per noi una fondamentale importanza: accessibilità e interdipendenza. Se la cultura è ciò che ci rende liberi, allora chiunque deve avere accesso alla sua fruizione e ai mezzi che permettono di produrla. Per questo tutte le nostre attività sono gratuite, chi vuole e ne ha la possibilità può lasciare un contributo volontario e lo stesso discorso vale per l’uso degli spazi e dei mezzi di produzione. Il secondo concetto è legato al primo: l’unica strada per non definire la cultura solo attraverso la valutazione del mercato, è la presa di coscienza che la sostenibilità di un progetto culturale può essere costruita solo ampliando all’unisono i suoi realizzatori e fruitori. Per la produzione artistica e culturale, questo si traduce tanto nella messa in comune di competenze e mezzi di produzione, quanto nel tentativo continuo di ibridare le diverse fasi di un progetto culturale: produzione, creazione e fruizione.

refettorioOltre agli abitanti, a chi vi rivolgete? Quali sono le persone a cui volete far varcare la porta dell’Asilo?
Ogni nostra azione si dedica in maniera trasversale alle diverse comunità che abitano la città di Napoli, operando su due livelli. Il primo è quello specifico degli artisti interessati alla rifunzionalizzazione dello spazio, ossia compagnie di danza, artisti circensi, acrobati, mimi, ecc. che spesso, isolati, non hanno la forza economica per portare avanti i propri progetti. Vogliamo recuperare e valorizzare queste competenze assieme a quelle professionali più alte, si pensi agli artisti di calibro internazionale che sono transitati qui in questi anni, richiamati dalla sperimentazione messa in atto. Il refettorio di MSF sarà un porto per gli artisti dove provare, ricercare e sperimentare in forme inedite, con tempi e spazi non determinati dalla necessità stringente di produrre in tempi brevi. Il secondo livello si riferisce a un centro storico in trasformazione, in cui il turismo sta lentamente mostrando il lato negativo della medaglia, privando i soggetti più emarginati della possibilità di vivere e definire gli spazi pubblici. Da questo punto di vista, operiamo in rete con gli altri luoghi liberati della città, fornendo visibilità alle necessità delle fasce vulnerabili della popolazione, offrendo momenti di confronto, assistenza e progettazione culturale sostenibile. Abbiamo anche una rete di partner, italiani e non, che gestiscono spazi simili, per esempio quanti fanno parte del network internazionale Trans Europe Halles, di cui siamo membri dal 2016.

Tra gli spazi simili per vocazione con cui avete relazioni, ci sono esperienze come il Teatro Coppola di Catania, il Garibaldi Aperto di Palermo, il Teatro Rossi Aperto di Pisa o il Pinelli Occupato di Messina. Saranno punti di riferimento per le fasi successive?
Certamente guarderemo ai tanti spazi che in questi anni abbiamo incrociato, molti dei quali rappresentano un modello virtuoso da cui prendere spunto. Ma vogliamo anche creare qualcosa di nuovo: un’occasione unica d’incontro per compagnie, singoli artisti di varie discipline, studiosi insieme agli appassionati in cui programmazione e fruizione sono esse stesse forme sperimentali, programmate tanto dai fruitori quanto dagli artisti. Un modello di gestione collettiva che connetta il pubblico ai produttori, influendo tanto sulle ricerche dei primi quanto sui gusti dei secondi.

Foto di Lorenzo Burlando

Foto di Lorenzo Burlando

Siete stati selezionati tra oltre 429 proposte pervenute in occasione della quarta call di culturability. Qual è stata la reazione a questa notizia?
La comunità di soggetti (singoli e associazioni) che ruota intorno all’Asilo ha accolto questa notizia con grande entusiasmo, perché potrebbe essere l’occasione perfetta per sperimentare nuove forme di autogestione, fare avanzamenti nella crescita di quello che definiamo “centro di produzione artistica e culturale interdipendente” e allo stesso tempo, contribuire in maniera importante alla diffusione di istituiti giuridici come gli “usi civici urbani”.
Insieme all’entusiasmo, però, la notizia della selezione ha portato con sé anche un po’ di apprensione per l’entità della nuova impresa: imparare nuove competenze, scrivere un progetto dettagliato, convincente, meraviglioso, ma, soprattutto, che fosse elaborato, discusso, criticato, corretto e approvato all’unanimità da decine di persone che si sono affollate ai tavoli di lavoro organizzati. Tutto questo in 10 settimane. Follia? Ci sarà un motivo se il nostro motto è: “Arrendetevi, siamo pazzi!”

 

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